Caffè Nino

Nino Caffè

 

 

Sta diventando una leggenda italiana quella di Nino Caffè (Alfedena 1909 – Pesaro,1975), pittore e maestro di vera bottega, non solo inventore di formule quali ormai si caratterizzano i suoi pretini (1), vescovi, cardinali e carabinieri, ovvero quel mondo istituzionale che solo Roma può offrire, ma Caffè è stato uomo di raffinatissimi gusti, capace di cogliere istantaneamente il vissuto di persone e situazioni, con la sua ironia non sempre corrosiva e scarnificata, tanto che lo scrittore Leonida Repaci (2), l’ideatore del famosissimo Premio Viareggio, in uno degli articoli pubblicati fra il ’41 e il ’43 nelle pagine de “L’Illustrazione Italiana“ dal titolo “Pittori e scultori in marcia”, leggeva nell’artista abruzzese un amoroso psicologismo, nel senso del suo vivere Roma e il mondo che popolava quella città come un recupero di un certo romanticismo fantastico, volgendo così le spalle a sollecitazioni stilistiche basate sul ritorno all’ordine, superamento d’un tipo di sensualità alla D’Annunzio, e pratica invece d’una sensualità a direzione umana con una profondità da quarto stile, ove gialli, rossi, marroni, neri e verdi, luci e penombre, evolversi di stagioni, solari e burrascose, attivano un meccanismo che fa salire vertiginosamente la temperatura del quadro. E’ un narrare questo suo dipingere per capitoli che è sempre piaciuto a letterati e poeti (Valerio Volpini, Carlo Castellaneta, Lionello Fiumi, Alberico Sala, Leonida Repaci, Dino Buzzati, Marcello Camillucci, ecc.) e il suo “pretino è diventato adulto“ (3), divenendo presto vescovo, e cardinale, sciogliendo così quel nodo liberatorio del mercato che già conosceva i pretini di Gianfilippo Usellini e Corazza, in virtù del fatto che metafisica e surrealismo in Caffè si amalgamano trasfigurandosi, dando l’impianto della teatralità esistenziale e psicologica, irriducibile vocazione di quel tumultuare prorompente dell’umanità. Osservateli questi pretini e monsignori, con larghe vesti talari, mozzette, pianete, piviali e mitre, che svolazzano leggeri come foglie quasi avessero poca carnalità, tra prati, archi, e monumenti romani, in sacrestie e chiese, in riva al mare e in bici, a giocare a pallone o a mosca cieca. Si direbbe che del mondo della Chiesa, degli ecclesiastici, del loro vivere, del loro disporsi e scomporsi, dei loro atteggiamenti, del loro trascorrere il tempo libero, o agitarsi per le cerimonie religiose,in canto,in trono,a celebrare, o in preghiera, Caffè, il “pennello di Pesaro” (4) sappia non solo descrivere ma creare l’atmosfera, il pathos, l’attesa, il mistero. Quanto dramma c’è anche in questi dipinti dell’artista aquilano, pur avvertendolo non subito, ma lentamente e a seguito di più letture, nel sottofondo della pelle dei colori che pare invece comunicare allegria; è il risultato di una chiesa e di un mondo in transito, in evoluzione, basti pensare agli anni della maturità dell’artista che ebbe modo di vivere da vicino i fermenti del Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII volle inaugurare nel 1963 e poi risolto e concluso da Papa Paolo VI nel 1965. È ormai mitica, molto mitica, l’immagine di Caffè con una cartella di acquerelli  e dipinti  sotto il braccio, andare tra il ’46 e il ’50 dal suo studio romano di Piazza Arquati alla Galleria L’Obelisco dove lo ricevevano i titolari della galleria, ovvero Irene Brin, giornalista colta ed elegante, figura che sembrava uscita da un romanzo dannunziano e compagna di Gaspare Dal Corso. La galleria L’Obelisco fu a onor del vero negli anni del secondo dopoguerra a Roma, punto cruciale e di riferimento della pittura di immagine e dell’arte della spazialità e della concettualità, e di avvio di una cultura artistico – letteraria innescata sulla ricerca del nuovo, di un nuovo però che non dimenticasse da una parte i risultati di una cultura liberal borghese e l’impronta di un’arte italiana che si legasse idealmente alla visceralità dei secoli passati, mai dimenticando il salto espressivo di quel nugolo emozionale che fu la Scuola Romana di Scipione, dall’altra le propaggini più innovative di un oltre in cui l’iconicità trovasse puntelli nella luce, nell’informe e nella spazialità. Basti pensare che qui oltre a Caffè si erano viste mostre di Orfeo Tamburi e Carlo Quaglia (1949 e 1952) (5), ma anche di Alberto Burri (1952, 1955), e persino di Robert Rauschenberg dal titolo “Scatole e feticci personali”, debitrice di Cornell e della tradizione surrealista (1953). D’altronde già proponeva Caffè i suoi nudi, le sue bagnanti, i cui strascichi carnali si diffondevano oltre il perimetro dei corpi, quasi in eredità della Scuola Romana, e ben visibili in quel dipinto dal titolo “Piccolo Eden” con una luce dentro inarrestabile, compenetrata come una tentazione sorgiva di occhi, labbra, seni, cuori, che invita ad adagiarsi in atteggiamento provocatorio e sensuale. Ma usciamo da queste anatomie ed entriamo nel vivo della meditazione scenografica che Caffè ci sollecita e ci propone come un theatrum. E’ pittore dagli interessi socio–realistici con timbrature psicoanalitiche e romantiche, visto che proveniva da una famiglia cattolica, interessi che non si sottraggono alla temperie della quotidianità. (Si pensi che il romantico non riesce a spiegare per una ricognizione razionale, oltre i due poli esistenziali classici che rispondono al titanismo e al vittimismo, e dunque per sfuggire alle cadenze tragiche del molteplice e dell’imponderabile ecco la fuga nostalgica e ideale nell’infanzia, per cui il lavoro si struttura come gioco, come teatro, e tra l’utile e il vero e l’estetico esiste intercomunicazione vitale. La galleria di Caffè è fatta di soggetti umani, l’artista attinge a un panorama ampio fatto di pretonzoli, di giudici, di carabinieri che Emilio Cecchi definì caravaggeschi e di altri soggetti come suore e diavoletti in libera uscita, una sorta di kermesse bruegheliana, come si legge soprattutto in quella famosissima opera che riannoda il bene e il male, dal titolo “Siamo tutti fratelli”, una sorta di tragicomica torre di Babele (6) in cui si legge il si salvi chi può. Opere buffe e opere serie, dove Caffè è psicologo oltreché raffinatissimo pittore, capace, come è stato, di  frugare la realtà, di scavare dietro le apparenze, calando il suo universo per lo più clericale in una scenografia romanesca. Ecco cos’era Roma negli anni Cinquanta - Sessanta, intrisa com’era d’una cultura che andava dal realismo di Portonaccio alla Scuola di Piazza del Popolo con il suo gruppo di pop italiana. Roma caput mundi, Roma centro della cristianità, Roma romana, Roma delle chiese barocche e delle catacombe, Roma del Cupolone, Roma di Villa Borghese, Roma di Valle Giulia, Roma di periferia cantata da Pasolini e Penna, Roma di Petrolini e Bramieri; Caffè come un uccello migratore ha fermato il suo occhio su quanto gli procurava emozione. Ha aperto le finestre dei suoi occhi su questa Roma che ci fa continuamente sognare, dando così origine ai suoi dipinti carichi di vitalità e di malinconia (7), di solarità e di eleganza, di luce e di  trascoloramenti. Di Caffè uomo colto, coltissimo e  umanissimo nello stesso tempo, meraviglia che non ci sia opera similare a un’altra pur avvertendone la stessa tematica, ognuna è sempre nuova, ognuna capace di solleticare fantasie perché nata dall’estro. Si sente la Roma di Caffè, nelle inquadrature con l’alitare dei pini, il fruscio notturno delle fontane, il fremito della pietra millenaria, il canto leggero del Tevere sotto i ponti. Roma allo specchio. Caffè riprende e scopre ogni angolo, dal Cupolone alle mura leonine, interni ed esterni, la Roma dei secoli, la Roma che diventa Amor, la stessa Roma dipinta da Corot, Scipione, Tamburi e De Chirico, immortalata dalle armonie di Respighi, dai versi di Belli, di Goethe e Shelley, e persino da D’Annunzio. Anche Caffè è sbarcato a Roma da Pesaro, come lo fece pure  Tamburi nel ’27, dal treno delle Marche e con un ombrello di famiglia, come poi annotò Renato Guttuso. Il paesaggio di Roma, architettura, struttura, misura del vivere, palazzi, chiese, strade, ponti, fontane, notazioni rapide che hanno il sapore dello zoom, eppoi immagini simbolo della cristianità tanto che pretini e tutto ciò che ruotava nel mondo sacro e cattolico di Caffè faceva arrivare dall’America Barbara Paley a comprare tutti i pretini disponibili o Mariette Tree, ambasciatrice e tra le maggiori collezioniste del pittore. Insomma Caffè cresceva negli anni di Burri e di Pomodoro, e dopo Roma, anche a Pesaro continuava la sua saga religiosa che proseguiva persino nelle estati trascorse nella villetta al mare dove i pretini aleggiavano fra vele e spiagge, quel panorama che oggi è stravolto da un grosso albergo il  “Beau Rivage” che i pescaresi chiamano il “Borivaghe”. Primo e unico nel corpus degli acquerelli, in quel gioco di segni e di appunti sulla carta. Nel continuo e preciso miracolo dell’occhio che si fa meno sguardo e segno in un fulmineo rispondersi. Quasi una cinematografia cartacea che evolve in rapide dissolvenze, in macchie, in colori eroici e armoniosi. Questo Caffè cartaceo è vibrante, incisivo e vigoroso, con un segno acuto e penetrante che si porta verso la ricerca d’una allegria vitalistica attinta all’indomabile energia della fantasia. Per la verità, infine, l’avventura romana di Caffè inizia nel ’43, durante l’ultima guerra, calato a Roma da Pesaro, per dare una svolta professionale al suo dipingere che già allora aveva richiamato l’attenzione di mercanti e scrittori. Ma l’idea dei pretini, che pure era nata a Urbino, qui nella città dei papi e della chiesa, poté essere meglio esibita in una sconfinata varietà di visioni. Le implicanze psicologiche, la vasta gamma cromatica, la pagina naturalistica della città romana, la proiezione statica e dinamica dei soggetti divenuti nel tempo la traccia più salvifica, hanno conferito all’espansione operativa dell’artista il destino culturale di una grande sensibilità figurale che ancora oggi si campiona nel panorama dell’arte italiana

 

Milano, 5 maggio 2006      Carlo Franza

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